IL VOLTO E L’INTERFACCIA. Le foto profilo nei social

Introduzione

I social ci permettono non soltanto di comunicare ma anche di condividere in ogni momento della nostra vita foto, video, audio, di portare nell’agorà mediatica noi stessi, la nostra opinione. Di manifestare in un like il nostro gradimento, i nostri gusti. Tra ciò che di noi veicoliamo quotidianamente, la foto profilo risulta certamente un elemento identificativo e quindi riveste un ruolo centrale, fin dal primo impatto, nell’esprimersi di una persona.

Aspetto storico/sociologico

I primi siti, che ora definiremmo i precursori dei social network, comparvero all’inizio di questo millennio. Primo fra tutti Friendster (che risale al 2003), seguito da Myspace – entrambi presto sbaragliati da Facebook (nel 2004) e Twitter – associò ai profili personali dei suoi utenti la possibilità di inserire una immagine identificativa. È poi la volta di Whatsapp che, uscita nel 2009, introduce nel mondo della messaggistica la foto profilo (e, in seguito, la condivisione di stati temporanei). Allo stesso modo anche i profili Google e YouTube, tra gli altri, adottano questa possibilità. Fin da subito sorgono preoccupazioni per la privacy, si succedono casi di furti di profili e di identità, seguiti da alcuni provvedimenti tecnici delle aziende produttrici. Ma ad oggi sono ben pochi coloro che non introducono una immagine identificativa nei loro profili social.

Aspetto psicologico/patologico

Già da tempo ci si interroga su quale influenza abbia sulle dinamiche psicologiche una crescita così forte della possibilità di creare, condividere, modificare, sottoporre ai like la propria immagine. Frequentemente viene evocato il fantasma di un incentivo a dinamiche legate al Disturbo Narcisistico di Personalità, sul quale le ricerche (come quella condotta su Facebook da Buffardi e Campbell nel 2008) non hanno ancora dato un giudizio unanime. Recentemente (Liu, Preotiuc, & Samani, 2016), a riguardo della foto profilo, si è cercato di rilevare il nesso tra alcuni indicatori della personalità degli utenti e come questi presentino se stessi. Ne è emersa la possibilità di associare a cinque tipi di personalità,  i Big Five (McCrae & Costa, 1998), altrettanti stili che caratterizzano le foto profilo.  Questi studi portano a riflettere sullo stretto nesso che si viene a creare tra le dinamiche più profonde e personali degli utenti e queste possibilità loro offerte di definirsi, di esprimere sinteticamente loro stessi. E ancora: la possibilità di scegliere come foto profilo anche immagini prese dal proprio passato o raffiguranti paesaggi, fiori, animali, oggetti, oppure modificate digitalmente; la possibilità di sostituirla con una frequenza completamente arbitraria interroga su come ciò possa amplificare dinamiche di insoddisfazione di sé o di insicurezza. In alcuni rilevamenti gli utenti pongono al primo posto, tra i motivi per cambiare immagine, il desiderio che essa sia accattivante, che faccia apparire divertenti o il fatto che gli amici stessi suggeriscano di cambiarla (Strano, 2008).

Aspetto educativo

La sfida educativa a riguardo delle foto profilo risulta molto alta e non è limitata a pratiche di tutela della privacy. Essa può seguire due direzioni. Da una parte, aiutare il riconoscimento dell’importanza della propria immagine – a partire da ciò che avviene fuori dalla rete fino a ciò che diviene on-line – al di là della ricerca del semplice apprezzamento altrui o del fascino espressivo. Riprendere quel nesso tra personalità e rappresentazione di sé, come emerge dagli studi, per educare ad una sensibilità non solo estetica: scegliere di raffigurarsi per ciò che si é. D’altra parte, all’interno delle dinamiche del web, rendersi responsabili di ciò che ci presenta e ci rende (soprattutto in certe app di messaggistica) riconoscibili, di come la foto profilo possa andare al di là del riflettere il nostro umore, per mostrare “chi siamo” nel mondo social.

Conclusioni

Tornano utili le parole di Franco Riva: «Volto, nel senso di essere rivolto. Di un volgersi autorevole dentro la sua pericolosa esposizione: mai solo autorevolezza, mai solo debolezza. L’interfaccia sembra invece concentrarsi sui contatti e sulla visione […] ciascuno signore del proprio punto di vista, del proprio vedere» (Il Volto e l’Interfaccia). Sembra che, nel contesto di un mondo nel quale reale e virtuale sono sempre più intercorrelati – fino a fondersi – la sfida sia quella di rivisitarsi, di esporsi con consapevolezza e libertà, non in una fuga dai volti in carne e ossa coi loro spigoli ma alla ricerca di una relazione che non è solo visione.