Introduzione

Il verbo ‘flammare’ è un recente inglesismo tratto dal gergo della rete. Deriva da ‘flame’ che significa fiamma, e si riferisce in senso lato alle offese scambiate su newsgroup, chat, forum… ‘flamer’ è chi invia di proposito messaggi ingiuriosi con l’intenzione esplicita di arrecare offesa, ‘flaming’ è l’atto di offendere, e ‘flame war’ è la guerra degli insulti fiammeggianti che si scatenano nel cyber-spazio.

Aspetto storico/sociologico

L’origine del termine ‘flammare’ sembra essere prima fumettistica e poi cinematografica: tratto dal mondo Marvel, “Flame On!” è il grido di battaglia di Torcia Umana (uno dei Fantastici Quattro) quando si incendia. Dal punto di vista sociologico l’uomo ha sempre sentito il bisogno di lanciarsi in battaglia alzando al cielo il suo urlo di guerra. Da sempre l’aggressività è stata espressa a parole sotto molti punti di vista e in modo più o meno normato: dalle sfide tra poeti, alle scritte sui muri; dalle imprecazioni del salmista bibilico, alle battaglie di strada nel rap.

Aspetto psicologico/patologico

I comportamenti disadattativi dei flamers possono degenerare in vere e proprie patologie da prendere in seria considerazione in tutte le implicazioni personali e sociali. Il flamer ha un bisogno spasmodico di attirare l’attenzione su di sé, interferendo nelle interazioni altrui e accanendosi contro gli altri: ciò che conta è che le sue flammate siano più ‘focose’ degli altri e sugli schermi di più gente possibile. Non ci sono più limiti all’ego: posso dire tutto a tutti. Si flamma, però, anche per un altro motivo, proprio della persona che ha poca fiducia in sé stessa: “dato che – fino ad ora – non sono riuscito ad ottenere ciò che volevo… la rovina degli altri sarà la mia fortuna!”. “Mors tua, vita mea”, dove per morte si intende proprio tutto: dalla figuraccia… alla morte vera e propria. Meriterebbe un approfondimento la situazione ‘senza pelle’ del ‘flammato’, ustionato a tal punto che può arrivare a togliersi la vita pur di non soffrire più.

Aspetto educativo

La buona educazione del web, la cosiddetta netiquette, prevede che ogni utente della rete mantenga un atteggiamento rispettoso verso tutti, e che esprima il suo dissenso in modo civile e contenuto. Il problema di fondo tuttavia non è di ‘buona educazione’, ma di ‘educazione’. Non si tratta infatti di perdere le buone maniere, ma di confondere la libertà di espressione con la libertà di insulto, la libertà di esprimere la mia aggressività con quella di recare danno agli altri. Le parole pesano, sempre e per sempre: ci sono parole performative che creano e curano, e parole offensive che fanno del male fino ad uccidere!

Conclusioni

«S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo» diceva il caro Cecco Angiolieri… eppure c’è fuoco e fuoco: fiamma di passione e vampe di rabbia cieca. Forse, allora, quel fuoco non si tratta di spegnerlo, ma di educarlo. Quell’ardore non va inibito, ma orientato in modo costruttivo per il bene mio e degli altri. Detta in altri termini, l’educatore non è chiamato a fare il pompiere, ma il vigile del fuoco.